Vita Torinese seconda parte

VITA TORINESE 1954

 

                                        SECONDA PARTE

Ero arrivata a Torino per una vacanza e mentre mia sorella andava a lavorare io restavo con Michelina che si dava da fare a prepararci pranzetti speciali. A me piaceva molto mangiare pane e burro (venivo da un paese dove il burro non esisteva) poi quel burro era particolarmente gustoso.

Veniva conservato nella ghiacciaia.   Da Michelina come anche nelle altre case allora, non esisteva il frigo ma avevano la ghiacciaia dove riponevano il ghiaccio che compravano da un venditore di passaggio e per un po’ gli alimenti si conservavano.

Alcune mattine mi recavo dai miei zii in via Principessa Clotilde e spesso mio zio mi portava con lui in ufficio. Il suo ufficio era alla prefettura di Torino in piazza Castello vicino al teatro Regio, al palazzo Reale e a Palazzo Madama. Curiosa come sempre mi impadronii di una macchina da scrivere, non l’avevo mai adoperata ma impiegai poco ad impratichirmene tanto che i colleghi di mio zio mi passavano delle pratiche da scrivere e per me era un piacere scrivere con questo aggeggio.

Mi sono fatta dare dei fogli da mio zio e cominciai a scrivere i miei racconti non più con la biro ma a macchina. Ci avevo preso gusto e così tutte le mattine andavo con lui in Prefettura. Mi piaceva anche perché assaporavo il piacere di uscire, con lui, alle ore undici per andare a prendere il caffè da Florio il bar frequentato dagli impiegati della zona che era a pochi passi, in via Po.

Bar elegante, molto antico e che esiste ancora.

Dopo questo rito si tornava in ufficio.

Accadde che un collega dello zio, una mattina, mi chiese se non era nelle mie intenzioni di fermarmi a lavorare a Torino. Un suo amico cercava una impiegata e secondo lui potevo presentarmi perché il lavoro da svolgere poteva essermi congeniale.

Accompagnata da mio zio ci siamo recati a questo colloquio che avvenne in casa di questo amico ed era in via Biella via che incrociava con via Brindisi dove abitavo.

Ci accolse una bellissima signora, molto elegante e gentile che ci ha fatto una ottima impressione,

In modo speciale a mio zio che apprezzava molto le bellezze femminili.

Lei ci spiegò che era un incarico per registrare fatture e svolgere la corrispondenza.

Al mattino dopo mi recai in questo magazzino, in via Piave, dove trovai a ricevermi una signora molto avvenente che mi diede subito qualcosa da fare, dovevo scrivere delle lettere ad alcuni fornitori e lei aveva preparato delle minute dove si esprimeva in maniera molto colorita e la grammatica aveva smesso di avere la sua funzione.

Tutto l’ambiente attorno mi confondeva, vi erano presenti un ragazzo imbronciato e una ragazza magra ma carina, molto sorridente. Il fatto era che mentre io cercavo di decifrare quelle lettere e le scrivevo a macchina, loro parlavano o meglio gridavano a voce alta parlando uno stretto veneto per me incomprensibile.

A Dio piacendo cercai di tradurre quelle frasi assurde e riuscii a compilare queste lettere secondo il volere della imbellettata signora.

Terminato le quali glie li lessi ed ottenni l’approvazione della signora. Avevo mitigato le frasi più crude ma venne approvato il tutto, scritto gli indirizzi sulle buste, Pietro il ragazzo che poi era il figlio partì per spedirle al vicino ufficio postale.

Anche la ragazza era sua figlia, poco dopo arrivò il marito che tutti chiamavano il Cavaliere ed era una persona molto curata che parlava un ottimo italiano . E’ arrivato con una macchina di un certo livello ma io non conoscevo le auto e non sapevo distinguere le marche ma mi avvidi che era di pregio.

Nell’insieme, in quella confusione non mi trovai smarrita e non mi spaventai, anche perché la cosa mi faceva comodo così non si sarebbero avveduti della mia poca preparazione.

Capivo che il tenore dei loro discorsi a voce alta erano di litigi ma non erano fatti miei.

Tornai il mattino dopo e poi ancora.

Alla richiesta di mio zio se mi fossi trovata bene lo riassicurai e ho continuato ad andare.

Tra una, loro lite ed un’altra cominciai a capire anche il veneto e a rendermi conto che la signora stava allestendo un negozio in una zona importante di Torino e presto sarebbe andata via da questo magazzino all’ingrosso dove subentrava il figlio maggiore che era il marito della signora bella ed elegante che avevo conosciuta con mio zio in via Biella.

A tutta quella confusione subentrarono il figlio maggiore e sua moglie.

Tutto diventò diverso. Io e la signora Ada andavamo molto d’accordo, il marito andava a vendere i gli articolo di ceramiche ai fioristi e altri negozi e tornava nel pomeriggio portando gli ordini delle quali preparavo le fatture e lui con l’aiuto di un ragazzo preparava gli oggetti da consegnare a il giorno dopo.

Io e Ade, visto la giovane età mia e sua, lei aveva quattro anni più di me , avevamo molto appetito ed eravamo ottime clienti di una panetteria a fianco e oltre alla pizza facevamo grossi panini ripieni di mortadella e li mangiavamo con gusto e risate.

Ridevamo molto al passaggio di un “barbone” che passava sulla strada tirando un carrettino dove aveva il suo guardaroba e tutto il suo avere (credo disdegnasse un alloggio) e guardandolo passare dicevamo, chissà se anche noi faremo la stessa fine …

Le discussioni si ripetevano ogni qualvolta la signora padrona precedente (suocera della Adelina) veniva a prendere oggetti per il suo nuovo negozio e non si capiva se andavano fatturati ma certamente non li pagava e non aveva nessuna importanza se non venivano detratti dalla merce in deposito magazzino.

Tanto non si capiva niente, il tempo trascorreva e in qualche modo si pagavano le tratte che arrivavano con gli incassi della giornata.

Raccontare questo andazzo sarebbe lungo e complicato ma io cominciai a preoccuparmi per i pagamenti di fine mese tanto da patirne come se fossero stati impegni miei.

Il cavaliere si dava da fare per escogitare nuove entrate da devolvere alla moglie che si adirava con lui rivolgendogli invettive quando non era soddisfatta.

Tutte questa notizie ci giungevano tramite telefono linea molto attiva in quel magazzino.

A queste sfuriate seguivano mattinate di calma e chiacchiere liete con la Adelina che aveva un bambino di due anni che era guardato, a casa, da una beby-sitter.

Il Cavaliere si trovò a comprare una fabbrica di ceramiche ad Albisola mare, patria di famose ceramiche.

Rilevò un patrimonio interessantissimo e naturalmente tutti i pezzi più importanti finirono nel negozio di Via Milano che rendeva molto e lo gestiva da sola la signora Nana (chiamata così dal marito per un diminutivo di Giovanna)

Una frase che mi è rimasta in mente era quella che il cavaliere rivolgeva a sua moglie quando voleva calmarla: “Nana sta brava”

Non credo che queste persone si fossero rese conto di cosa avevano trovato ad Albisola. Il precedente proprietari ospitava artisti molto in voga nel periodo e che in questa fabbrica andavano per sperimentare le loro opere d’arte. Tra questi vi era il famoso Lucio Fontana. (Per intenderci quello famosissimo delle tele con i tagli) che provavano le loro opere e lasciavano molti pezzi prova.

Il Cavaliere con i suoi figli adoperavano questa fortuna per farne regali a persone importanti o che prestavano loro del soldi.

Ho visto passare piatti di Fontana ed altri regalati con una facilità estrema. Oggi valgono una fortuna ma anche allora erano già apprezzatissimi.

Questa famosa fabbrica di ceramiche, il Cavaliere decise di trasportarla a Torino a allo scopo affittò un grande magazzino a Settimo torinese (diciamo periferia di Torino).

In men che non si dica, tutta questa attrezzatura vasche torni e soprattutto forni vennero trasportati e istallati a Torino.

Fu così che mi ritrovai ad essere l’impiegata unica di questo enorme complesso.

Quanta meraviglia nel vedere questi forni e assistere alle creazioni di oggetti con questo materiale che a me sembrava fango e per magia si trasformava in splendidi oggetti.

Il cavaliere e sua moglie si recarono nel veneto e tornarono con un gruppo di persone provetti ceramisti ai quali assicurarono uno stipendio adeguato e fornito loro alloggi abitazioni.

Questi operai comprendevano un esperto modellatore di oggetti artistici. Esperti di miscele per materiale occorrente a realizzare statue e vasi artistici tanto che la ditta fu intitolata. Ceramiche Artistiche.

In quel lungo magazzino avevano trovato posto i tre forni e all’ingresso vi era una stanza occupata da una scrivania per me e di fronte un’altra dove spesso si fermava il cavaliere.

La fabbrica iniziava con lo spazio dedicato all’artista che inventava le opere, poi di seguito vi trovavano posto due tornitori che facendo girare il tornio ed eseguivano vasi, portaombrelli e altri oggetti che quelle sapienti mani sapevano creare adoperando quella argilla. le mani i piedi che azionavano quel tornio dove spuntavano come in un miracolo oggetti stupendi che venivano poi cotti al forno e al mattino da quelle bocche spente dal fuoco uscivano oggetti divenute bianche.

Una serie di ragazzine erano poi intente a dipingere questi oggetti che venivano poi nuovamente cotte in quei forni e le pitture rimanevano impressi in quelle ceramiche.

Alcuni oggetti erano finiti con questo procedimento ma altri venivano impreziositi con rifiniture in oro zecchino e poi rimessi in forno per la definitiva cottura .

Gli oggetti scelti venivano inseriti in un catalogo numerato fino a creare un campionario di almeno cento oggetti che venivano fotografati formando un catalogo da presentare, per la vendita, a negozi di casalinghi e fiorai.

Continuerò a raccontare premettendo numerose evoluzioni e accadimenti in questa fabbrica dove ho imparato a districarmi in tutte le incombenze amministrative.

 

Maria Mastrocola Dulbecco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Favole personaggi

 

Una nostra amica ha scritto riflessioni molto simpatiche sui personaggi delle favole:

BIANCANEVE:

ha tinto di rosso le sue ciocche nere,

il principe azzurro è sbiadito con i primi lavaggi,

i 7 nani, per la crisi hanno chiuso le miniere,

la fantasia li ha resi grandi personaggi,

nella realtà sono piccole persone vere.

 

LA BELLA ADDORMENTATA:

dopo tanto tempo si è svegliata

ed ha fatto valere i suoi diritti,

essendo una moglie emancipata

col marito ha sempre dei conflitti,

al povero principe gli resta solo da sperare,

che si possa al più presto riaddormentare.

 

CENERENTOLA:

ha denunciato la matrigna e le sorelle

per sfruttamento del lavoro nero,

vive nel castello con molte ancelle,

il principe la rimprovera

perché non gli bastano mai gli aiuti,

lei gli risponde: tanto le paghiamo poco

e non versiamo i contributi.

 

CAPPUCCETTO ROSSO

Ora è la nonna che accudisce la bambina,

il lupo cattivo non ha più nulla da temere,

gli animalisti han tolto al cacciatore la carabina

ma la malvagità umana è un antico mestiere

che né animalisti, né lotte, né galere

purtroppo non potranno mai debellare.

 

Morale delle favole

Ognuno di noi nella sua memoria

custodisce una favola, custodisce una storia,

accontentiamoci di ricordare

quello che nessuno più ci potrà raccontare.

 

Lucchese Rosa

 

Ricordando il mio giornalino Unitre Rivoli

       Nel saluto di congedo sul mio giornalino ho lasciato a tutti un messaggio:

Scrivere è liberare i nostri pensieri.

Trasmetterli su un foglio bianco pronto ad accoglierli e gratificarci di vederli stampati per poterli ricordare quando lo desideriamo.

E’ vivere sulla carta la vita che avremmo voluto e non abbiamo avuto la possibilità di poterla vivere.

La vita non ci dà una prova d’appello e così la nostra fantasia può spaziare ed immaginare le situazioni più incredibili……sognare come ci capitava da ragazzine quando pensavamo al nostro futuro.

Quando la fantasia ci trasformava in principi e principesse e le emozioni ci assalivano diventando padroni del nostro cuore.

Coraggio, liberate la vostra fantasia e scrivete tutto ciò che vi ispira senza pensare di essere giudicati perchè non è lo scopo del corso.

Con affetto sincero

Maria Mastrocola  Dulbecco

 

 

 

 

 

Leggere e scrivere

Sul leggere e scrivere

Una nemica dello scrivere e leggere è la pigrizia.

Qualche volta i pensieri vogliono restare segreti. I ricordi affiorano ma non si ha voglia di comunicarli o meglio: ci assale la stanchezza… forse più la pigrizia e si rimanda tutto a domani   domani   domani.
Così facendo i giorni diventano settimane, le settimane mesi, i mesi anni. Gli anni decenni…
Con il passare degli anni la lettura diventa rallentata e la scrittura peggio.

Ma quando si scrive ricordarsi che:

Prima di tutto per saper scrivere, bisogna saper leggere!!!

Maria Mastrocola Dulbecco

Elogio al mio !Laboratorio di scrittura”

Tributo al laboratorio di scrittura Sembrerà superfluo inneggiare al Laboratorio di Scrittura dal momento che l’ho scelto; e se l’ho scelto è perché mi piace, mi appassiona confrontarmi con tutti voi, mi galvanizza a fare del mio meglio per poter starvi dietro…non è facile lo ammetto, ognuno di voi ci mette il cuore in ciò che scrive, le vostre parole incendiano l’aula dove siamo, ognuno di voi mi insegna qualcosa ed io vi respiro, perché per me siete ossigeno puro, che mi rivitalizza e mi sprona a dare il meglio di me. Non pensavo che ormai raggiungendo la terza età, avessi ancora voglia di mettermi in gioco… l’ho fatto e lo rifarei…siete persone meravigliose, come meravigliosi sono coloro che ci danno questa opportunità: mi riferisco in primis a Maria, così dolce, ma così autoritaria e a Domenico che nel suo ruolo di factotum e braccio destro di Maria è insostituibile. Se dovessi paragonare il Laboratorio di Scrittura, lo paragonerei, visto che si avvicina, a un “Cenone di Natale”, dove ognuno di voi è una portata, dall’antipasto al dolce, tutti golosamente insostituibili…io mi limito ad essere per adesso un…contorno. Grazie di esistere Giancarlo Bisterzo

Un sorriso

UN SORRISO

Un fiore
una stella
un sorriso.
A rallegrarci
basta un colore
un raggio di sole
che accende
due pupille fisse
che ti comunicano
comprensione
complicità
amore.

Maria Mastrocola Dulbecco

VITA TORINESE1954 seconda parte

VITA TORINESE 1954

 

                                        SECONDA PARTE

Ero arrivata a Torino per una vacanza e mentre mia sorella andava a lavorare io restavo con Michelina che si dava da fare a prepararci pranzetti speciali. A me piaceva molto mangiare pane e burro (venivo da un paese dove il burro non esisteva) poi quel burro era particolarmente gustoso.

Veniva conservato nella ghiacciaia.   Da Michelina come anche nelle altre case allora, non esisteva il frigo ma avevano la ghiacciaia dove riponevano il ghiaccio che compravano da un venditore di passaggio e per un po’ gli alimenti si conservavano.

Alcune mattine mi recavo dai miei zii in via Principessa Clotilde e spesso mio zio mi portava con lui in ufficio. Il suo ufficio era alla prefettura di Torino in piazza Castello vicino al teatro Regio, al palazzo Reale e a Palazzo Madama. Curiosa come sempre mi impadronii di una macchina da scrivere, non l’avevo mai adoperata ma impiegai poco ad impratichirmene tanto che i colleghi di mio zio mi passavano delle pratiche da scrivere e per me era un piacere scrivere con questo aggeggio.

Mi sono fatta dare dei fogli da mio zio e cominciai a scrivere i miei racconti non più con la biro ma a macchina. Ci avevo preso gusto e così tutte le mattine andavo con lui in Prefettura. Mi piaceva anche perché assaporavo il piacere di uscire, con lui, alle ore undici per andare a prendere il caffè da Florio il bar frequentato dagli impiegati della zona che era a pochi passi, in via Po.

Bar elegante, molto antico e che esiste ancora.

Dopo questo rito si tornava in ufficio.

Accadde che un collega dello zio, una mattina, mi chiese se non era nelle mie intenzioni di fermarmi a lavorare a Torino. Un suo amico cercava una impiegata e secondo lui potevo presentarmi perché il lavoro da svolgere poteva essermi congeniale.

Accompagnata da mio zio ci siamo recati a questo colloquio che avvenne in casa di questo amico ed era in via Biella via che incrociava con via Brindisi dove abitavo.

Ci accolse una bellissima signora, molto elegante e gentile che ci ha fatto una ottima impressione,

In modo speciale a mio zio che apprezzava molto le bellezze femminili.

Lei ci spiegò che era un incarico per registrare fatture e svolgere la corrispondenza.

Al mattino dopo mi recai in questo magazzino, in via Piave, dove trovai a ricevermi una signora molto avvenente che mi diede subito qualcosa da fare, dovevo scrivere delle lettere ad alcuni fornitori e lei aveva preparato delle minute dove si esprimeva in maniera molto colorita e la grammatica aveva smesso di avere la sua funzione.

Tutto l’ambiente attorno mi confondeva, vi erano presenti un ragazzo imbronciato e una ragazza magra ma carina, molto sorridente. Il fatto era che mentre io cercavo di decifrare quelle lettere e le scrivevo a macchina, loro parlavano o meglio gridavano a voce alta parlando uno stretto veneto per me incomprensibile.

A Dio piacendo cercai di tradurre quelle frasi assurde e riuscii a compilare queste lettere secondo il volere della imbellettata signora.

Terminato le quali glie li lessi ed ottenni l’approvazione della signora. Avevo mitigato le frasi più crude ma venne approvato il tutto, scritto gli indirizzi sulle buste, Pietro il ragazzo che poi era il figlio partì per spedirle al vicino ufficio postale.

Anche la ragazza era sua figlia, poco dopo arrivò il marito che tutti chiamavano il Cavaliere ed era una persona molto curata che parlava un ottimo italiano . E’ arrivato con una macchina di un certo livello ma io non conoscevo le auto e non sapevo distinguere le marche ma mi avvidi che era di pregio.

Nell’insieme, in quella confusione non mi trovai smarrita e non mi spaventai, anche perché la cosa mi faceva comodo così non si sarebbero avveduti della mia poca preparazione.

Capivo che il tenore dei loro discorsi a voce alta erano di litigi ma non erano fatti miei.

Tornai il mattino dopo e poi ancora.

Alla richiesta di mio zio se mi fossi trovata bene lo riassicurai e ho continuato ad andare.

Tra una, loro lite ed un’altra cominciai a capire anche il veneto e a rendermi conto che la signora stava allestendo un negozio in una zona importante di Torino e presto sarebbe andata via da questo magazzino all’ingrosso dove subentrava il figlio maggiore che era il marito della signora bella ed elegante che avevo conosciuta con mio zio in via Biella.

A tutta quella confusione subentrarono il figlio maggiore e sua moglie.

Tutto diventò diverso. Io e la signora Ada andavamo molto d’accordo, il marito andava a vendere i gli articolo di ceramiche ai fioristi e altri negozi e tornava nel pomeriggio portando gli ordini delle quali preparavo le fatture e lui con l’aiuto di un ragazzo preparava gli oggetti da consegnare a il giorno dopo.

Io e Ade, visto la giovane età mia e sua, lei aveva quattro anni più di me , avevamo molto appetito ed eravamo ottime clienti di una panetteria a fianco e oltre alla pizza facevamo grossi panini ripieni di mortadella e li mangiavamo con gusto e risate.

Ridevamo molto al passaggio di un “barbone” che passava sulla strada tirando un carrettino dove aveva il suo guardaroba e tutto il suo avere (credo disdegnasse un alloggio) e guardandolo passare dicevamo, chissà se anche noi faremo la stessa fine …

Le discussioni si ripetevano ogni qualvolta la signora padrona precedente (suocera della Adelina) veniva a prendere oggetti per il suo nuovo negozio e non si capiva se andavano fatturati ma certamente non li pagava e non aveva nessuna importanza se non venivano detratti dalla merce in deposito magazzino.

Tanto non si capiva niente, il tempo trascorreva e in qualche modo si pagavano le tratte che arrivavano con gli incassi della giornata.

Raccontare questo andazzo sarebbe lungo e complicato ma io cominciai a preoccuparmi per i pagamenti di fine mese tanto da patirne come se fossero stati impegni miei.

Il cavaliere si dava da fare per escogitare nuove entrate da devolvere alla moglie che si adirava con lui rivolgendogli invettive quando non era soddisfatta.

Tutte questa notizie ci giungevano tramite telefono linea molto attiva in quel magazzino.

A queste sfuriate seguivano mattinate di calma e chiacchiere liete con la Adelina che aveva un bambino di due anni che era guardato, a casa, da una beby-sitter.

Il Cavaliere si trovò a comprare una fabbrica di ceramiche ad Albisola mare, patria di famose ceramiche.

Rilevò un patrimonio interessantissimo e naturalmente tutti i pezzi più importanti finirono nel negozio di Via Milano che rendeva molto e lo gestiva da sola la signora Nana (chiamata così dal marito per un diminutivo di Giovanna)

Una frase che mi è rimasta in mente era quella che il cavaliere rivolgeva a sua moglie quando voleva calmarla: “Nana sta brava”

Non credo che queste persone si fossero rese conto di cosa avevano trovato ad Albisola. Il precedente proprietari ospitava artisti molto in voga nel periodo e che in questa fabbrica andavano per sperimentare le loro opere d’arte. Tra questi vi era il famoso Lucio Fontana. (Per intenderci quello famosissimo delle tele con i tagli) che provavano le loro opere e lasciavano molti pezzi prova.

Il Cavaliere con i suoi figli adoperavano questa fortuna per farne regali a persone importanti o che prestavano loro del soldi.

Ho visto passare piatti di Fontana ed altri regalati con una facilità estrema. Oggi valgono una fortuna ma anche allora erano già apprezzatissimi.

Questa famosa fabbrica di ceramiche, il Cavaliere decise di trasportarla a Torino a allo scopo affittò un grande magazzino a Settimo torinese (diciamo periferia di Torino).

In men che non si dica, tutta questa attrezzatura vasche torni e soprattutto forni vennero trasportati e istallati a Torino.

Fu così che mi ritrovai ad essere l’impiegata unica di questo enorme complesso.

Quanta meraviglia nel vedere questi forni e assistere alle creazioni di oggetti con questo materiale che a me sembrava fango e per magia si trasformava in splendidi oggetti.

Il cavaliere e sua moglie si recarono nel veneto e tornarono con un gruppo di persone provetti ceramisti ai quali assicurarono uno stipendio adeguato e fornito loro alloggi abitazioni.

Questi operai comprendevano un esperto modellatore di oggetti artistici. Esperti di miscele per materiale occorrente a realizzare statue e vasi artistici tanto che la ditta fu intitolata. Ceramiche Artistiche.

In quel lungo magazzino avevano trovato posto i tre forni e all’ingresso vi era una stanza occupata da una scrivania per me e di fronte un’altra dove spesso si fermava il cavaliere.

La fabbrica iniziava con lo spazio dedicato all’artista che inventava le opere, poi di seguito vi trovavano posto due tornitori che facendo girare il tornio ed eseguivano vasi, portaombrelli e altri oggetti che quelle sapienti mani sapevano creare adoperando quella argilla. le mani i piedi che azionavano quel tornio dove spuntavano come in un miracolo oggetti stupendi che venivano poi cotti al forno e al mattino da quelle bocche spente dal fuoco uscivano oggetti divenute bianche.

Una serie di ragazzine erano poi intente a dipingere questi oggetti che venivano poi nuovamente cotte in quei forni e le pitture rimanevano impressi in quelle ceramiche.

Alcuni oggetti erano finiti con questo procedimento ma altri venivano impreziositi con rifiniture in oro zecchino e poi rimessi in forno per la definitiva cottura .

Gli oggetti scelti venivano inseriti in un catalogo numerato fino a creare un campionario di almeno cento oggetti che venivano fotografati formando un catalogo da presentare, per la vendita, a negozi di casalinghi e fiorai.

Continuerò a raccontare premettendo numerose evoluzioni e accadimenti in questa fabbrica dove ho imparato a districarmi in tutte le incombenze amministrative.

 

Maria Mastrocola Dulbecco

 

 

 

 

 

 

IL PRINCIPE AZZURRO

 

E’ uno dei temi del corso unitre che ho frequentato appena arrivata a Rivoli prima che mi invitassero a tenere il mio. Circa dieci anni addietro.

Ho rimandato di qualche settimana l’argomento poiché ritenevo di non avere nulla da scrivere a riguardo.

Ma uno di quei famosi cassettini della memoria si è prepotentemente aperto e mi ha ricordato che non solo un principe azzurro lo avevo sognato, ma era esistito nella realtà dei miei undici o dodici anni.

Mi rivedo ancora in quella terza navata a sinistra della chiesa parrocchiale dove la nostra “scuola cantorum”, della quale facevo parte, si riuniva attorno all’armonium per cantare gli inni del caso e negli intervalli di canto il mio sguardo era rivolto verso la terza navata, in fondo a destra, da dove due occhi mi guardavano al di sopra delle teste che riempivano la chiesa.

Tutte le domeniche i miei sguardi si incontravano con i suoi e quanto soffrivo se qualche volta non li trovavo.

Bello, il vero principe dei miei sogni.

Quando uscivo dalla chiesa,  con la mia amica del cuore, lo trovavo all’uscita e ancora lo incontravo nelle passeggiate per il paese. Ma neppure alla mia amica permettevo si avvedesse di quegli sguardi, né con lei ne avrei mai parlato, avvicinarsi non era neppure pensabile, il paese intero avrebbe mormorato e ne sarei morta di vergogna.

Quegli sguardi innocenti potevano provocare uno scandalo.

Un giorno, uscendo dalla chiesa per una funzione pomeridiana, da una casa vicina, sentimmo arrivare della musica e una ragazzina come noi ci invitò ad entrare. Io e la mia amica, quasi furtivamente, ci infilammo in quella porta ed in una stanza con le finestre accuratamente chiuse verso la strada, vi erano persone che ballavano.

Il mio principe era tra loro e il mio cuore sussultò dalla gioia quando mi si avvicinò per invitarmi a ballare.

Il primo e forse ultimo ballo della mia vita.

Non sapevo ballare e glielo dissi: non preoccuparti, ti insegno io e felice tra le sue braccia ascoltavo il suo dirmi due passi a destra, un passo a sinistra, forse era così che diceva, ma tutto quello che ancora ricordo è che si trattava di un tango e che volavo tra le sue braccia.

Avevo i capelli lunghi con la riga da una parte così che per metà essi scendevano sul viso coprendomi in parte la fronte e lui per farmi un complimento mi disse: sei pettinata alla Veronica Lake. Non vi erano sale cinematografiche in paese ma sapevo che la nominata era un’attrice.

Era la prima ed unica volta che l’ho visto da vicino e il mio principe aveva i capelli ricci e neri (non era biondo come nella tradizione) ma aveva gli occhi chiari.

Avrei voluto che quel pomeriggio non finisse mai, ma come nelle fiabe, prima dell’imbrunire, abbandonammo frettolosamente quella casa per tornare a casa in tempo da non perdere la fiducia che i nostri genitori ci accordavano.

Neppure in quel caso confidai il mio segreto all’amica, tornai a casa a fantasticare e mi ricordai un episodio accaduto in seconda elementare quando lo stesso ragazzino fu punito dall’insegnante per aver lanciato un biglietto sul mio banco e denunciato dalla bimba che mi sedeva accanto.

Sognavo di incontrarlo ancora e questo avveniva spesso essendo il paese piccolo, ma il nostro era sempre un incrociarsi di sguardi innocenti.

Sembra che questi sguardi siano stati notati da altri che non li hanno giudicati tanto innocenti se un giorno la mia amica del cuore addusse un pretesto per non uscire insieme.

Siccome anche lei pativa questa nostra separazione, sedute sullo scalino dietro la casa di Lella, all’ombra della nostra  chiesa, mi confidò: “Mammà non vuole che esca con te perché ha saputo che tu vedi…fece il nome del ragazzino.

Non era vero ma quel gioco di sguardi era diventato uno scandalo di dominio pubblico.

Mi cadde il mondo addosso, la pregai di riferire a sua madre che non era vero niente e che mai ne avrebbe fatto parola con mia madre poiché me ne sarei vergognata. Poi lei che era sempre con me, sapeva che l’unica volta che ci eravamo avvicinati  era stato a quel ballo in cui c’era anche lei e del quale nessuna di noi poteva riferire.

Soffrii la mia prima pena d’amore, ma il terrore di essere giudicata male mi impedì di continuare a ricambiare quegli sguardi ed evitare di girarmi in chiesa verso quella navata in fondo.

Passati pochi anni, il mio principe si trasferì a Roma per i suoi studi, io a Torino così, le nostre strade presero direzioni diverse e non ci incontrammo mai più.

Aprendo oggi quel cassettino ho provato una tenerezza infinita per quella innocente prima inconsapevole pena d’amore.

Maria Mastrocola Dulbecco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1954

Sol 19/11/2014

VITA TORINESE 1954

 

Via Brindisi5, é questo il numero civico dove sono approdata al mio Arrivo a Torino.

Era il 10 ottobre di non ricordo bene in quale anno, forse il 1954, in gennaio, al festival di Sanremo emergeva “Tutte le mamme”.

Era una giornata di sole e dal finestrino del treno assaporavo quel sole che mi rendeva gioiosa, tornavo a Torino per la seconda volta e questa volta per fermarmi in questa città e restarvi anche se il viaggio, fatto con mia sorella che vi lavorava, doveva solo essere turistico. Indossavo un tailleur principe di Galles che mi dava un aspetto elegante aiuta dalla mia siluet di ragazzina che pesava 45 chili.

Quanta curiosità si accendeva nella mia mente entrando in quel cortile, nuovo per me, e attraversando lo spiazzo ciottolato, mi sono arrampicata sulla scala che si trovava in fondo di fronte al portone d’ingresso. Ad accoglierci c’era Michelina, la signora che ospitava mia sorella come compagnia e pensionante. Mi accolse con un sorriso e con un desinare molto ben fatto come si accolgono ospiti nuovi.

Quasi tutto il cortile si è animato dal secondo piano è salita la signora Caldera, una signora piuttosto in carne e un tantino strascicante ma con un viso intelligente da persona colta. Con Michelina parlava il dialetto che mi era incomprensibile e poi con un buon italiano mi rivolse parole di benvenuto e di calorosa accoglienza parlandomi della sua (cita) figliola che sarebbe tornata dal lavoro e sarebbe venuta a salutarmi non senza avermi informata che la sua “cita” era sposata con un ingegnere che lavorava alla fiat e che lei “la cita” lavorava presso la casa editrice Paravia dove occupava una posizione di rilievo .

Ho poi conosciuto Armida e Serafino che occupavano l’alloggio piccolo a destra, salendo la scala, della signora Caldera (secondo piano). Con il loro bambino Silvano che frequentava la quinta elementare. Vispo e allegro è salito da noi, Michelina era sua zia:

Tutta questa atmosfera di cortile cittadino mi è piaciuta molto e quasi mi sono sentita a casa.

Ho imparato che il gabinetto era fuori dal balcone e che anche la signora Neta che abitava nello stesso piano nell’alloggetto piccolo di fianco ne doveva usufruire.

Appesi ad un chiodo, piantato dietro , si vedeva  sulla porta dopo averla chiusa con un ferretto che si infilava sul muro, vi erano tanti pezzi di giornale ricavati da “La stampa” giornale che si comprava ogni giorno e io e Michelina ci aggiornavamo sugli avvenimenti del momento e allora, come oggi, le notizie che ci interessavano di più erano le indagini sui delitti da risolvere. Credo che in quel periodo imperava il caso “Fenaroli” o “Montesi”.

La “sislunga” attirò subito la mia attenzione e ne occupai immediatamente una parte verso l’uscita mente Michelina ne occupava l’altra parte.

In Ottobre il tempo era clemente e alla sera avevamo ancora la porta, sul balcone, aperta e immancabilmente a mezzanotte arrivava su la signora Caldera che si attardava a raccontare le sue storie. Mi raccontava che lei non curava molto il suo abbigliamento e che un giorno si è presentato un signore che cercava suo genero (l’ingegnere) e lei sentendosi inadeguata si presentò dicendo: “Il Sig/ Cagliostro non è in casa, il suo appartamento di sotto è chiuso e io sono la fantesca”

In effetti Cagliosto Lino e Teresa avevano un alloggio più grande al piano terra ma preferivano stare sopra dai genitori.

Madama Caldera amava il bel canto, canticchiava pezzi di opere raccontandone la storia e tutte le sere Michelina faticava molto a farla andare via. La spingeva verso le scale ma lei tornava su a parlare con le “cite” io e mia sorella.

Conobbi man mano le amiche di mia sorella e gli abitanti degli altri piani. A piano terra c’erano Francesca e Vittorio, due persone amabili, senza figli e all’ultimo piano, nella soffitta abitava la signora Ginetta , una anziana zitella che , con il passare dei giorni e l’inverno che arrivava , ci invitava da lei noi sorelle e parecchie altre ragazze ci recavamo da lei sedendoci in una vecchia “sislunga” vicino ad una piccola stufa a legna dove immancabilmente bolliva dell’acqua con la quale lei preparava un delizioso “capiller” con limone e zucchero e ce lo offriva in deliziose tazzine e con tutta la sua gentilezza. Non era solo la stufa e il “capiller” che ci attirava ma era anche la sua virtù nel leggerci le carte.

Per me era la prima volta che assistevo a questo avvenimento in cui lei credeva veramente e le signorine presenti facevano domande sui loro fidanzati. Lucia chiedeva se il suo fidanzamento con Fiorenzo sarebbe durato. Germana si informava su Silvano il ferroviere, mia sorella su Ezio l’ingegnere della Mondial Pistoni che aveva ricominciato a frequentarci dopo averci incontrate un giorno in Via Cernaia e nell’occasione ci invitò (tutti i partecipanti alla passeggiata) a prendere qualcosa in un bar. Considerato da tutti un avvenimento conoscendo la proverbiale avarizia dell’ingegnere.

La signora della soffitta era molto raffinata e non era solo  la misera soffitta a  far capire un passato diverso, I pochi oggetti e la sua raffinatezza raccontava di un passato nobile e il suo viso era illuminato di ricordi d’altri tempi.

Peccato che la distinta signorina morì pochi anni dopo e io non ho fatto in tempo a sapere di più su di lei.

I balconi di fronte appartenevano agli alloggi che davano sulla strada e vi abitavano poche persone tra loro una famiglia con tanti figli.

Al primo piano un ufficio poi, a destra l’alloggio di Lino e Teresa che si adoperò una sera del primo inverno per una fantastica “bagna cauda” , al piano secondo c’era una famiglia di due persone che non ho visto mai e al terzo piano, la famiglia Ciardo, appunto con più figli, titolari di un laboratorio di cromatura situato nel cortile che occupava il marito e i figli più grandi.

Dei ragazzi Ciardo, il più grande faceva il filo a mia sorella e ogni tanto saliva su da noi per stare in compagnia e venivano anche le altre ragazze del cortile.

Carlo era un bel ragazzone dagli occhi chiari e possedeva un mezzo viaggiante (serviva per il loro lavoro) e a volte ci portava a fare un giro per Torino facendomi vedere il corso molto lungo di Corso Francia. Corso Orbassano che portava e porta a Santa Rita e poi fuori città, Corso Vittorio e in fondo il Valentino. In quelle sere e nell’estate a venire c’era una stupenda fontana colorata e danzante al ritmo di una bella musica che si diffondeva tra i giardini del valentino da poco rimessi in ordine. Poi questa fontana ha smesso di funzionare e non so perché.

Carlo non era gradito a Michelina poiché era risaputo che lui aveva una fidanzata ufficiale e secondo lei non doveva frequentare le ragazze del quartiere.

Io non trovavo disdicevole che Carlo frequentasse la compagnia che era abituato a frequentare da sempre ma forse Michelina non aveva tutti i torti.

Ma torniamo agli abitanti del cortile.

Silvano veniva sempre sopra, con i suoi nove anni e la sua vivacità mi divertiva e poi io , che al mio paese mi ero sempre occupata ei i bimbi del quartiere seguendoli nei compiti trovavo giusto seguire quel bambino molto intelligente ma qualche volta, per seguire i giochi in oratorio don Bosco ( eravamo vicini alla ciesa di Maria Ausiliatrice ) e per un po’ di pigrizia, arrivava alla sera senza aver fatto il compito per l’indomani così che con la mamma, saliva al terzo piano da noi, dopo cena, e la mamma, in piemontese mi diceva; “Maria, il cit a l’ha sogn e deve ancora fare il tema. Per favore lo fai tu e lui domattina si alza presto e lo copia!” Conoscendo il pensiero del bimbo e la sua intelligenza, potevo scrivere il tema senza pensare che a scuola potessero accorgersi di essere stato aiutato. Fu così che vincemmo i vari premi sui concorsi assegnati: Il libretto della cassa di Risparmio, il premio della centrale del latte e altri ancora allora indetti nelle scuole. Però Silvano vinceva anche i premi dei temi fatti a scuola.

Per questi aiuti Armida, mamma di Silvano, mi ha regalato un taglio di stoffa azzurra con il quale mia sorella che lavorava in un importante Atelier di Torino, la “Sanlorenzo”. mi confezionò un bel vestito che io ho impreziosito con un ricamo in bianco.

Era ancora il periodo che apprezzavo un bel vestito o qualcosa di nuovo. A tal proposito ricordo la prima neve di Natale e io già avevo trovato un lavoro. Comprai un paio di stivaletti bianchi, corti alla caviglia che si chiudevano con una cerniera laterale a aveva le suole di para. Che felicità! Volavo con quegli scarponcini comprati per la prima volta con soldi guadagnati da me.

                                                              Maria Mastrocola Dulbecco

 

 

 

Presentazione da parte di un grande amico di San Salvo

La signora Maria

di Fernando Sparvieri

Non so come definire la signora Maria Mastrocola, maritata Dulbecco, sansalvese autentica, emigrata nel 1954 in quel di Torino, che ho avuto l’immenso piacere e l’onore di conoscere attraverso la mia pagina di Facebook SanSalvoantica.it Qualsiasi aggettivo per descriverLa mi sembra superfluo, non appropriato, fuori luogo. La signora Maria, così come affettuosamente ho imparato a chiamarLa in questi primi giorni del 2015, è certamente una donna straordinaria, fuori dal comune, dotata di grandi virtù morali, corroborate da una sensibilità d’animo e da una forte personalità, che la rendono unica ed interessante.
Sansalvese verace, il destino, che a volte scrive pagine di vita a suo piacimento, l’ha spinta felicemente lontano dalla sua amata terra d’origine, a cui non ha mai smesso tuttavia di pensare, conservando indelebilmente, nel cuore e nella mente, ricordi belli e brutti della sua infanzia.
Oggi, la signora Maria, vive in quel di Rivoli (TO), che come Ella stessa scrive “potrebbe definirsi una estensione di Torino ed era una residenza SABAUDA con una storia altrettanto interessante”. E’ una donna colta
“Pur non avendo avuto da bambina la possibilità di continuare gli studi” , mi scrive, “tutto il mio saper scrivere lo devo al mio maestro Ugo Marzocchetti e alla mia madrina ins. Robles che dopo le elementari mi ha impartito lezioni private, come si usava allora per le donne che non potevano proseguire gli studi poiché a San Salvo non vi erano altre scuole dopo le elementari e i mezzi per Vasto erano inesistenti”.
La nostra signora Maria (dico nostra perchè ci appartiene), nonostante non abbia avuto la possibilità di proseguire gli studi quando era bambina, condizione sociale, prima e dopo la guerra, comune alla stragrande maggioranza dei giovani sansalvesi, è però cresciuta con la penna in mano, studiandio e consumando fiumi di inchiostro, annotando e raccontando, prima a se stessa e poi anche agli altri, senza alcuna pretesa, tutto ciò che la rendeva felice ed appagata. ” Ho sempre scritto sin da bambina; ho ancora pensieri scritti con la penna che si intingeva nel calamaio”, così mi scrive in una sua e-mail.
Questa sua innata passione per gli studi e per la scrittura l’hanno resa scrittrice vera, autentica, una penna fluida ed avvincente, da cui ne viene fuori, come un fiume in piena, un’arte narrativa che si intreccia, come per magia, tra poesia e cronaca di un mondo antico, oggi forse surreale, ma bello da raccontare. Oggi, la signora Maria è docente dell’ UNITRE di Rivoli, che conta oltre 1000 iscritti, ove cura con grande passione, professionalità ed amore, da circa dieci anni, “Il laboratorio di scrittura” , occupandosi anche di una pubblicazione su Unitre Rivoli “sez giornalino”. Nel web , inoltre, fa parte della redazione di Rossovenexiano e scrive per “La nostra commedia”.Non potevano mancare tra i suoi scritti ricordi e pensieri della sua San Salvo che ha già pubblicato su numerosi siti web. La penna è stato lo strumento con il quale è riuscita ad essere legata, nonostante la lontananza, con la sua terra natia, con la quale è rimasta avvinta in una sorta di cordone ombelicale, impossibile da recidere. Sul questo sito pubblicherò taluni suoi racconti sulla misera San Salvo della sua infanzia.
Questo è per me, e credo di interpretare il pensiero di tutti i sansalvesi, motivo di grande onore ed orgoglio.
Grazie signora Maria.
Fernando Sparvieri